I CAVALIERI DEL TEMPIO

Nati nel 1099 dopo l'assedio di Gerusalemme per difendere la Terra Santa, ancora oggi sono oggetti di studio e passione!

LE CROCIATE

L'affascinante storia delle Crociate in Terra Santa

sabato 11 ottobre 2014

"TUITIO FIDEI ET OBSEQUIUM PAUPERUM. LA VITA ALL'OMBRA DELLA CROCE" - LIBRO DI MARCO LETTA

Tuitio fidei et obsequium pauperum. La vita all'ombra della croce ottagonaAnno 1048, Gerusalemme. Qui, in un contesto di continui scontri tra cristiani e musulmani, Frà Gerardo fondò quello che, nel corso dei secoli, sarebbe divenuto il Sovrano Militare Ordine Ospedaliero di San Giovanni di Gerusalemme, di Rodi e di Malta stabilendone, fin da subito, i due carismi fondamentali cristallizzati nel motto "Tuitio fidei et obsequium pauperum". L'Ordine, crescendo per importanza e numero dei propri membri, aumentando le proprie ricchezze e i propri possedimenti, moltiplicando i propri ospedali nei quali forniva una eccelsa assistenza a tutti i bisognosi, destreggiandosi nelle alleanze tra i diversi regnanti europei, svolgendo un importantissimo ruolo militare nelle diverse battaglie terrestri e marine tra cristiani e musulmani, trovandosi a mutare diverse volte la propria sede a causa degli eventi politici e militari susseguitesi, mantenendo sempre uno speciale rapporto con la chiesa cattolica, è riuscito a sopravvivere a tutte le vicissitudini e a diventare, oggi, con le sue strutture e organizzazioni e forte del suo ruolo internazionale, un fondamentale protagonista nelle opere umanitarie di soccorso e assistenza.

Titolo Tuitio fidei et obsequium pauperum. La vita all'ombra della croce ottagona
Autore Letta Marco
Prezzo di copertina € 20,00
Dati 2014, 260 p., brossura
Editore Sacco   

giovedì 2 ottobre 2014

SI INCONTRARONO DAVVERO?


Clemente V e Jacques de Molay si sarebbero incontrati nel mese di agosto e dei colloqui abbiamo due versioni totalmente contrastanti: la prima è quella dei cardinali, riportata nella pergamena di Chinon e ripresa nella bolla Faciens Misericordiam; l’altra è quella di Jacques de Molay, che risulta dai verbali del processo pontificio, quando fu veramente interrogato il 26 novembre 1309. Riteniamo che il colloquio con il maestro generale, datato 20 agosto 1308, se avvenne realmente, non si sia svolto come un normale interrogatorio processuale. In quel momento l’inchiesta pontificia è appena avviata e siamo ancora in una fase interlocutoria, nella quale Clemente tenta di ricondurre la vicenda su un binario giuridico e politico che, secondo il suo modo di vedere le cose, avrebbe permesso d’indicare una via d’uscita, salvaguardando gli interessi e i vantaggi personali di ognuno. Il pontefice spera che il carcere abbia ammorbidito il maestro e lo abbia reso piú malleabile rispetto all’atteggiamento intransigente, dimostrato in precedenza. I cardinali, consci dei desideri del papa, si suppone che abbiano prospettato la possibilità di un compromesso, utile a superare la difficile situazione. La strada da seguire è chiaramente indicata negli atti successivi di Clemente, dove gli imputati se confessano le loro colpe e chiedono perdono, sono assolti. 
Forse tale strategia è stata solo accennata, ma immaginando le immediate reazioni di Molay e crediamo anche di Charney, confermate in seguito dal loro comportamento, fu subito abbandonata dai cardinali e come in ogni difficile mediazione, quando si raggiunge una situazione di stallo, gli abili negoziatori del papa avranno ammorbidito le posizioni, prendendo tempo e aggiornando il tutto a un nuovo incontro, che come è dimostrato dai documenti non avvenne mai.

Articolo di Fabio Giovanni Giannini. Medioevo n.2 Giugno 2011. Per gentile concessione

I CAVALIERI IN CEPPI E CATENE 1307-1308


Le accuse contro i Templari si fanno sempre più violente e a nulla valsero le confessioni, estorte sotto tortura. Una prassi richiesta dallo stesso papa Clemente V. Dopo gli arresti e i primi interrogatori, il 19 ottobre 1307 il grande inquisitore di Francia, Guillaume Imbert, si trasferí nella sede parigina del Tempio, per dirigere e coordinare l’inchiesta: interrogò personalmente 140 Templari e, come previsto dalla procedura, i Domenicani elencarono i capi d’imputazione agli inquisiti: la gravità e la quantità dei reati ascritti impressionarono tutti gli imputati. Dopo dieci giorni di carcere duro, il 24 ottobre anche Jacques de Molay fu interrogato da Imbert, che pretese l’ammissione delle colpe. Il maestro, secondo il verbale, avrebbe raccontato che era entrato nell’Ordine 42 anni prima, accolto dal maestro d’Inghilterra, Hubert de Pérraud (zio del gran visitatore di Francia), a Beaune, nella diocesi di Autun: alla cerimonia era presente anche il maestro di Francia Amaury de la Roche. Il verbale prosegue descrivendo la modalità d’ingresso nell’Ordine: «Dopo aver promesso di rispettare le osservanze e gli statuti del detto Ordine, gli posero un mantello legato al collo. E lui che lo accoglie fece portare una croce di bronzo nella quale c’era la figura del crocefisso, e gli dice e gli ordina di rinnegare Cristo la cui immagine era lí. Cosa che lui fece, sebbene contrario e poi gli fu ordinato di sputare sopra l’immagine, e lui sputò a terra. Interrogato quante volte, rispose sempre sotto giuramento che non sputò se non una volta, e su questo argomento ben si ricorda». Infine respinse ogni altra imputazione, compresa l’accusa di sodomia e confermò quanto l’inquisitore pretendeva. Qualche giorno piú tardi, il 25 ottobre, Guglielmo di Nogaret convocò una grande assemblea presso la casa del Tempio di Parigi, composta dai dottori della Sorbona, dai baccellieri e dai notabili, selezionati per la loro provata fedeltà alla corona. Secondo la tesi piú accreditata, sarebbero stati obbligati a intervenire sia il maestro Jacques de Molay che alcuni fratelli. I collaboratori di Imbert lessero pubblicamente le confessioni dei Templari, e lo stesso de Molay, rilasciò ulteriori ammissioni di colpa (o almeno cosí è riportato da alcuni storici sulla base di una successiva bolla di Clemente V). Il giorno dopo si svolse un’altra riunione pubblica alla Sorbona, con la presenza anche degli studenti, che avrebbe riproposto quanto era avvenuto il giorno prima. Di quelle assemblee esiste la testimonianza diretta di uno dei dottori presenti alla Sorbona, certo Matteo (o Romeo) di Brugaria, che scrisse a Giacomo II d’Aragona: nella missiva, si limita a precisare che il maestro aveva ammesso solo due colpe, quelle relative al rinnegamento di Cristo e lo sputo sulla croce, mentre per tutte le ulteriori accuse aveva detto d’interrogare gli altri fratelli. In sostanza, la lettera riporta le confessioni contenute nel verbale redatto dal grande inquisitore di Francia e non offre alcuna certezza sulla presenza fisica del maestro, né sul suo comportamento in pubblico, cosa che Matteo avrebbe certamente descritto se de Molay fosse stato presente e sull’eventuale reazione della folla alla vista del maestro e degli altri dignitari in catene. Il 26 ottobre 1307 fu un giorno d’intensa attività e di molte iniziative: Filippo scrisse a Giacomo per informarlo che le confessioni, ormai di dominio pubblico, erano state ammesse dal maestro e da altri frati appartenenti all’Ordine; sperava che anche il grande d’Aragona si muovesse e arrestasse i Templari. I Francescani e i Domenicani dilagarono per le vie di Parigi informando il popolo su quanto stava accadendo e sulle colpe dei cavalieri dell’Ordine. Clemente, consapevole che ormai la vicenda gli era sfuggita di mano, intervenne indirizzando a Filippo due lettere: una in forma privata e l’altra in veste ufficiale. Nella prima dichiara: «Senza aver ricevuto alcuna disposizione, mentre eravamo assenti, hai osato far violenza contro i beni e le persone dei Templari fino al punto di arrivare ad arrestarli. Per giunta e per crudeltà, non solo non sono stati ancora rilasciati, ma hai aggravato il tuo operato infliggendo ulteriori sofferenze a loro già provati per essere stati sottoposti alla detenzione: ma sulla qualità di queste sofferenze giudichiamo necessario tacere a causa della vergogna che ne prova la Chiesa e che tu a maggior ragione dovresti provare». La seconda, frutto delle decisioni del concistoro, dove scoprí di non avere piú una vera maggioranza, porta la data del 27 ottobre. Nella missiva il papa ribadisce il ruolo assoluto della Chiesa a difesa della dottrina della fede e, infine, accusa direttamente il re per il sopruso fatto: «Voi avete infierito sulle persone di un gruppo soggetto alla Chiesa di Roma (...) In questa vostra azione cosí inaspettata tutti vedono, non senza ragione, un oltraggioso dispetto nei Nostri confronti e nei confronti della Chiesa di Roma» (Malcolm Barber, Processo ai Templari, Genova 1998). La protesta non modificava la situazione, ma serví a Clemente per riaffermare il suo ruolo di pontefice e con esso la conseguente sovranità sull’Ordine. Il colpo di mano di Filippo pose il papa in una situazione insostenibile e lo indusse a valutare anche la strada dello scontro diretto, ma la via della mediazione gli sembrò piú saggia e piú utile e cosí Clemente inviò a Parigi due suoi legati, con la bolla Ad Praeclaras, che sollecitava il re a consegnare i Templari all’autorità ecclesiastica. Filippo non consegnò i Templari, né concesse udienza alla delegazione del papa, che fu invece ricevuta da alcuni suoi collaboratori. Secondo alcune fonti Clemente li rispedí a Parigi con una lettera autografa che imponeva il colloquio, altrimenti il re sarebbe incorso in una scomunica. Nel frattempo, Imbert, ignorando le proteste del pontefice, continuava a raccogliere o meglio estorcere le testimonianze dei frati utili alla sua inchiesta e, il 9 novembre, interrogò anche Hugues de Pérraud. L’imputato rilasciò un’ampia confessione, secondo le modalità volute dall’inquisitore e ammise l’identica procedura d’ingresso, confermando di averla praticata anche in seguito, nell’accogliere i postulanti e aggiunse che «li conduceva in un luogo appartato e ordinava loro di baciargli la parte piú bassa della schiena, l’ombelico e la bocca, quindi faceva portare una croce e diceva loro che, secondo gli statuti del detto Ordine, era necessario rinnegare Cristo e la Croce tre volte nonché sputare sulla croce e sull’immagine di Cristo crocefisso, dichiarando che sebbene ordinasse ciò, la richiesta non proveniva dal cuore» (Edgard Boutaric, Clemente V, Philippe le Bel et Les Templiers, Parigi 1872). Ammise anche di aver visto una testa adorata in certe particolari riunioni, «di averla tenuta in mano e accarezzata a Montpellier durante un certo capitolo nel quale l’aveva adorata insieme con altri fratelli. Affermò tuttavia di averla adorata con la bocca allo scopo di fingere e non con il cuore, ma di non sapere se gli altri fratelli l’avessero adorata con il cuore. (...) Disse che la testa aveva quattro piedi, due avanti e due dietro» (Jules Michelet, Le procès des Templiers, Parigi 1841-1851). Un’ammissione utile a sostenere le accuse di idolatria piú volte mosse nei confronti dei Templari (vedi anche, nel capitolo successivo, il box alle pp. 136-137). Mentre Imbert completava il suo lavoro, il 17 novembre Clemente inviò a Parigi il proprio cappellano, Arnaud de Faugères, per incontrare Filippo e conoscere i dettagli su come si erano svolti gli arresti e quanto era emerso dai primi interrogatori. Il pontefice, ancora una volta in ritardo, non fu convinto dalle risposte riferite e, finalmente, emanò la bolla Pastoralis praeminentiae, che sospendeva l’inchiesta del monarca e avocava l’indagine alla Santa Sede. La decisione del papa tolse qualsiasi ruolo all’inquisitore di Francia, che rischiava la scomunica se avesse ignorato le sue disposizioni. Imbert concluse rapidamente l’indagine e il 24 novembre consegnò tutti i verbali alla curia pontificia. Il re temeva i tempi lunghi e aveva urgenza di celebrare e chiudere il difficile processo. Invece Clemente intendeva usare la politica del rinvio, come un ricatto per allontanare l’altra pericolosa minaccia, quella di un processo contro Bonifacio VIII, velatamente richiesto dallo stesso Filippo e ufficialmente da Nogaret e dalla famiglia Colonna. Durante la sospensione dell’indagine, il re avviò una campagna diffamatoria contro Clemente, e furono avanzate velate insinuazioni di presunte collusioni con gli eretici templari: il papa era forse posseduto dal demonio? E, per dimostrare che era disposto ad andare fino in fondo, il 25 marzo 1308, Filippo spedí la convocazione degli Stati Generali, programmata a Tours per il 5 maggio successivo: nel testo, erano elencati tutti gli errori e le colpe commesse dall’Ordine del Tempio. A Filippo, sempre il 25 marzo, erano giunte le risposte ai quesiti sulla legittimità delle sue azioni sottoposti ai dottori della Sorbona. Pronunciamenti che giustificavano solo parzialmente l’operato della corona, mentre affidavano la questione dei Templari all’autorità della Chiesa. E, per quanto riguardava i beni dell’Ordine, i dottori affermarono che appartenevano alla Chiesa e le risorse economiche dovevano essere impiegate per lo scopo che erano state accumulate, quello della crociata. Sebbene il documento confermasse la validità dell’operato del re e ammettesse l’eresia dei Templari, Filippo decise di non divulgarne il testo, poiché imponeva di consegnare i frati alla Santa Sede. Le convocazioni per la riunione degli Stati Generali erano state preparate in molte copie e furono inviate ai balivi che avevano il compito di moltiplicarle per tutte le zone di loro competenza. Ogni villaggio e ogni borgo del regno fu informato dell’incontro e incaricato d’inviare i propri rappresentanti nelle città piú vicine per le assemblee di zona. In quelle sedi periferiche si sarebbe discussa la questione dei Templari, dando lettura delle loro confessioni. Una mobilitazione senza precedenti, che aveva il duplice scopo di diffondere e documentare le prove contro l’Ordine e di giustificare l’operato del monarca. L’assemblea tenne la sua prima seduta, a Tours, il 5 maggio, e i lavori si protrassero per circa dieci giorni. Il documento conclusivo del dibattimento appoggiava le scelte compiute dal re e chiedeva di agire contro il Tempio, senza indugio. Forte del mandato popolare, Filippo si preparò all’incontro con il papa e, il 26 maggio, raggiunse Poitiers. Il pontefice convocò il concistoro pubblico per il 29 maggio, nel palazzo reale di Poitiers: erano presenti tutti i cardinali, i consiglieri del re e le maggiori cariche ecclesiastiche e laiche del regno. I collaboratori di Filippo seguivano un piano preordinato per attaccare le posizioni assunte da Clemente e il ministro Plaisians fu il primo ad aprire lo scontro, affermando pubblicamente che il clero e il popolo erano schierati con il monarca, mentre la figura del pontefice era sempre piú isolata. Quest’ultimo non si scompose mai, e quando, alla fine, prese la parola si dichiarò pienamente d’accordo nell’odiare il male, a cui si doveva contrapporre il bene, regola fondamentale per tutti gli ecclesiastici e soprattutto per il papa, ma la lotta al male poteva compiersi soltanto rispettando la giustizia. Clemente parlava in latino, intercalando ciò che riteneva importante in francese, perché tutti comprendessero. Ripercorse parte della sua vita ricordando che prima dell’investitura a pontefice non aveva avuto modo di conoscere direttamente i Templari, anche perché nella zona in cui viveva si erano registrati rari casi d’adesione a quella milizia. In seguito ebbe modo di conoscerli meglio e molti di loro gli sembrarono uomini pii, ma questa personale impressione aveva poca importanza se si fossero macchiati d’infamia, in quanto li avrebbe odiati come era suo dovere e li avrebbe processati. Quindi preferiva non agire in modo impulsivo, considerando che l’onestà e la ponderatezza erano i piú saggi consiglieri per un pontefice. Inoltre precisò che se anche aveva parlato dei Templari con il re, al momento della sua investitura a Lione, non ritenne le accuse fondate e per quanto riguardava i colloqui successivi di Poitiers non si ricordava molto. Comunque credeva alla buona fede di Filippo e dei suoi collaboratori, che avevano agito non per avidità, ma per la difesa del cristianesimo e pertanto i beni del Tempio «avrebbero dovuto essere messi a disposizione della Chiesa e usati per la Terra Santa». Concluse garantendo di svolgere rapidamente l’inchiesta e promise l’indulgenza a tutti i fedeli che s’impegnavano a recitare ogni giorno cinque Padre Nostro e sette Ave Maria, per implorare l’Altissimo affinché lo sostenesse nella sua missione, a gloria di Dio. Clemente aveva promesso di attivarsi per la verifica, ma in sostanza era libero d’agire come meglio credeva. Il re era rimasto insoddisfatto e non voleva chiudere la questione in quel modo, senza garanzie di una soluzione a lui favorevole. Il 14 giugno, durante un’altra sessione generale, Plaisians fu costretto a riprendere la parola e rinnovò le richieste fatte dal re: la prima riguardava l’avvio immediato di tutti i processi in Francia e fuori del regno, per giudicare i Templari; la seconda sosteneva la revoca immediata della sospensione dell’inchiesta regia in corso; la terza, poiché le colpe erano state ampiamente dimostrate, imponeva di procedere senza indugio all’espulsione dell’Ordine dalla Chiesa, rappresentando una pericolosa minaccia per la cristianità. Clemente cercò di riprendere in pugno la situazione, interrompendo piú volte Plaisians e provocando un violento battibecco. Quando finalmente il papa riuscí a parlare per trarre le conclusioni del concistoro, ribadí con forza le proprie posizioni e il re, non potendo piú replicare, si riservò di comunicare le proprie decisioni dopo aver consultato i suoi consiglieri. Anche se le divergenze sembravano destinate a perdurare, la Chiesa e la Corona erano obbligati a mantenere una sotterranea alleanza per conservare il proprio potere. E cosí il papa, per dimostrare la sua disponibilità alla collaborazione, il 18 giugno inviò una lettera ai prelati e ai principi elettori tedeschi per proporre la candidatura di Carlo di Valois, fratello di Filippo, alla guida dell’impero, il cui trono era rimasto vacante dopo l’assassinio di Alberto d’Asburgo d’Austria: un gesto che contribuí a rasserenare i rapporti con il re di Francia, il quale accettò l’inchiesta del papa sul Tempio. Cadeva cosí la pretesa dell’immediata soppressione dell’Ordine, la cui fine gli avrebbe permesso d’incamerarne i beni. Il re sopperí a questa perdita, promettendo che avrebbe amministrato il loro patrimonio in modo oculato. In sostanza non cambiava molto, visto che fin dagli arresti dei Templari disponeva delle risorse dei frati come meglio credeva e grazie a questi introiti a Parigi erano ripresi i lavori della cattedrale di Notre Dame. Clemente volle poi dare un’ulteriore prova di fiducia e di distensione verso il re: il 5 luglio, riabilitò Guillaume Imbert e lo riconfermò nel ruolo di grande inquisitore di Francia. Subito dopo emanò la bolla Subit assidue, nella quale ribadí che non era mai stato informato degli arresti dei Templari. Poi, per dare ordine ai lavori e al ruolo primario della Santa Sede, dal 9 al 12 luglio, nominò i curatori pontifici per l’amministrazione dei beni templari e, il 13, stabilí la composizione delle commissioni episcopali per tutte le piú importanti diocesi di Francia. Ogni commissione era presieduta dal vescovo locale, coadiuvato da due canonici della cattedrale, da due Domenicani e da due Francescani: in sette avrebbero provveduto a istruire l’inchiesta per l’accertamento della colpa dei singoli Templari. Infine, Clemente annunciò l’imminente trasferimento della curia pontificia da Poitiers ad Avignone. Filippo, ottenute le importanti concessioni, il 20 luglio rientrò a Parigi, lasciando presso il papa, come ospiti permanenti, i suoi fedeli collaboratori: l’arcivescovo di Narbona, Nogaret e Plaisians. Oltre a controllare le mosse del papa, i tre avevano ricevuto l’ordine di ostacolare l’inchiesta della Santa Sede, rinnovando anche la richiesta del processo contro Bonifacio VIII. Clemente, per ribadire la sua assoluta autorità in materia ecclesiastica, pretese d’interrogare personalmente i Templari e Nogaret si dichiarò disponibile al trasferimento dei prigionieri. Una scorta di arcieri e balestrieri, prese in consegna il gruppo dei Templari scelti per l’incontro, che furono condotti a Chinon, dove vennero gettati nelle prigioni.  Il 12 agosto, in base alla data ufficiale della bolla, dopo aver interrogato 72 Templari – ma non il gran maestro (vedi box alle pp. 128-129), né gli alti dignitari dell’Ordine –, che a gruppi erano stati scortati alle udienze di Poitiers, Clemente prese la grave decisione di procedere contro l’Ordine, non solo nel regno di Francia, ma anche negli altri Stati ed emanò la Faciens Misericordiam, che imponeva a tutti i regnanti d’arrestare i Templari per sottoporli a tortura e interrogatorio, al fine di accertarne le colpe. Clemente non accettò mai l’idea che una congiura ordita a danno del Tempio avesse potuto costruire una simile campagna diffamatoria, perché la riteneva troppo rischiosa e troppo ampia per non avere qualche fondo di verità. Né si pose mai il problema del perché tutti, alla fine, confessassero le colpe di cui erano accusati. Era anche a conoscenza delle torture e sapeva che i prigionieri dopo i suoi incontri, tornavano nelle mani di Nogaret. Questa prassi, anomala per un’inchiesta della curia pontificia, avrebbe dovuto almeno insospettirlo, ma non lo fece. Anche le confessioni del maestro e degli altri dignitari sembrano inverosimili, come l’inginocchiarsi per chiedere perdono delle loro colpe blasfeme. Se Clemente ha davvero creduto a tali confessioni, ha dimostrato tutta la sua ingenuità (che però non palesò in altre delicate questioni giuridiche); se invece si è reso complice del complotto, allora risulta coerente con la scelta di campo che ha compiuto e cioè quella di evitare a ogni costo il processo contro Bonifacio VIII, che avrebbe provocato lo scontro diretto con il re e una probabile scissione della Chiesa gallicana. Sempre in data 12 agosto, Clemente emanò un’altra bolla, la Regnans in Coelis, per indire un apposito concilio, convocato per il 1° ottobre 1310 a Vienne, che avrebbe affrontato la questione templare e si sarebbe dovuto pronunciare anche sull’ipotesi di una nuova crociata. Infine, con la bolla Ad omnium fere notitiam, precisò che i beni dei Templari erano di proprietà della Chiesa. Nello stesso agosto del 1308 giunse in Occidente una notizia che dirottò l’attenzione da quanto accadeva a Chinon e forse contribuí alla svolta definitiva per il destino del Tempio. Nel precedente mese di luglio, una galea, salpata da Costantinopoli per portare rifornimenti alla guarnigione greca di Rodi, fu sospinta da una tempesta verso Famagosta. Un cavaliere cipriota riuscí a impossessarsene e la consegnò alle forze genovesi che operavano con gli Ospitalieri. I loro emissari convinsero il comandante della galea a negoziare la resa della guarnigione: posto un blocco navale intorno all’isola e aperte le trattative, il 15 agosto 1308 Rodi si consegnò nelle mani degli Ospitalieri. La conquista dell’importante caposaldo fu salutata come una grande vittoria crociata. In quel momento i Templari erano in prigione, accusati d’eresia, e la diffamazione nei loro confronti, diffusa dal Nogaret e dai Domenicani, aveva raggiunto tutte le province del regno, compresi alcuni Stati esteri. Gli uomini di Filippo non avevano piú bisogno di calcare ancora la mano contro il Tempio, era sufficiente esaltare l’eroismo e la grandezza degli Ospitalieri: il confronto tra i due Ordini era sotto gli occhi di tutti e pendeva a favore dei secondi.

Articolo di Fabio Giovanni Giannini. Medioevo n.2 Giugno 2011. Per gentile concessione

sabato 13 settembre 2014

XXXII CONVEGNO DI RICERCHE TEMPLARI - SAN BEVIGNATE, 27 SETTEMBRE 2014

XXXII Convegno Ricerche Templari

La magnifica chiesa di San Bevignate di Perugia sarà la prestigiosa sede del XXXII Convegno di Ricerche Templari, organizzato dall'Associazione L.A.R.T.I. il 27 settembre prossimo, dalle ore 9,00 alle 19,30. Ricordiamo che la partecipazione è libera a tutti, gratuita e senza obbligo di prenotazione e/o registrazione.

Per maggiori informazioni: segreteria.larti@libero.itvalentini-e@libero.it

sabato 29 marzo 2014

IL PROCESSO AI TEMPLARI - 3


In quei mesi dell’estate 1307, papa Clemente V era angustiato per via di ripetute denunce che gli provenivano da parte di Filippo il Bello, denunce circa una strana forma di corruzione che secondo il sovrano aveva completamente infettato l’ordine del Tempio. Poiché Filippo il Bello aveva fatto diffondere queste dicerie presso le maggiori corti d’Europa, agli inizi dell’estate 1307 il Gran Maestro frate Jacques de Molay si era rivolto al papa chiedendogli di svolgere un’inchiesta sullo stato dell’ordine onde fare chiarezza una volta per tutte; del resto il pontefice romano era l’unica autorità legittima in grado di indagare sui membri del Tempio. Clemente V aveva accettato e programmato l’apertura dell’inchiesta per la fine del mese di ottobre, appena terminata la sua terapia; se non ché, appena due settimane prima, ricevette da un corriere la notizia che tutti i Templari residenti in Francia erano stati arrestati all’improvviso dietro ordine del re. Gli uomini che avrebbe dovuto esaminare in realtà erano già stati dichiarati colpevoli, torturati e interrogati dall’autorità laica con l’appoggio dell’Inquisizione di Francia. Il sovrano motivava il suo gesto affermando che i Templari durante le loro cerimonie d’ingresso usavano rinnegare Gesù Cristo e sputare sulla croce, oltre a commettere altri reati minori; il tutto era stato accostato dai giuristi reali in un coerente teorema accusatorio per dimostrare che tali gesti erano la prova di un vero e proprio credo eretico. 

 Articolo per gentile concessione della dott.ssa Barbara Frale.

IL PROCESSO AI TEMPLARI - 2

Quello del Tempio, il primo ordine religioso e militare della cristianità, era nato a Gerusalemme verso l’anno 1120. Derivava dall’iniziativa di alcuni cavalieri laici che avevano fatto voto presso il Santo Sepolcro: il Patriarca di Gerusalemme aveva assegnato loro la missione specifica di combattere per difendere dai predoni islamici i pellegrini diretti ai Luoghi Santi. Il re di Gerusalemme Baldovino II intuì le potenzialità di questa confraternita e lavorò per farla diventare un vero e proprio ordine religioso preposto ala difesa del regno cristiano. Il progetto sollevava una delicata questione morale: i membri del nuovo ordine si sarebbero impegnati a vita con i tre voti monastici di povertà, obbedienza e castità, pur essendo propriamente dei guerrieri. Era necessario stabilire se le emergenze dettate dallo stato in cui versava la Terrasanta in quegli anni fossero conciliabili con la dottrina cristiana. Il più grande mistico dell’epoca, san Bernardo di Clairvaux, fu chiamato a definire la questione: ritenne che le due attività della preghiera e della guerra fossero compatibili qualora l’uso delle armi servisse lo scopo della difesa. Così nel 1129 un concilio tenuto a Troyes, nel nord della Francia, sanciva la nascita del nuovo ordine insieme religioso e militare; san Bernardo supervisionò la stesura della sua regola, strutturata su quella benedettina ma con alcuni prestiti dalla spiritualità agostiniana. Il fondatore Hugues de Payns e i suoi primi compagni avevano ricevuto in dono dal re di Gerusalemme una parte della sua reggia che sorgeva presso le rovine dell’antico Tempio di Salomone; perciò la gente del posto aveva preso a chiamarli Militia Salomonica Templi, o milites Templi, o anche Templarii. Nel giro di pochi decenni l’ordine crebbe a dismisura fino ad estendersi su gran parte dell’orbe cristiano: la sua idealità specifica era molto sentita nella società del tempo, i sovrani come pure la gente comune moltiplicavano le loro donazioni al Tempio che nel 1139 aveva anche ricevuto da papa Innocenzo II un privilegio speciale in virtù del quale godeva di un’esenzione completa ed era responsabile dinanzi alla sola persona del pontefice romano. I Templari divennero il nerbo dell’esercito cristiano in Terrasanta, in seguito affiancati dai frati dell’altro maggiore ordine religioso militare, l’Ospedale di San Giovanni in Gerusalemme; quest’ultimo aveva all’origine una funzione solo assistenziale, assumendo poi in seguito anche l’onere del combattimento per sopperire le necessità difensive della Tearrasanta. Nel 1187 il sultano Salahaddin riuscì a compattare il fronte islamico della Siria-Palestina che fino a quel momento era stato spaccato da divisioni interne. I cristiani subirono una memorabile sconfitta presso il luogo chiamato I corni di Hattin: Gerusalemme fu perduta e il Santo Sepolcro tornò di nuovo in mano islamica. Nei decenni seguenti divenne sempre più chiaro che il progetto crociato era sul viale del tramonto, e la società occidentale cominciò a nutrire una grande sfiducia verso gli ordini militari: erano stati creati e nutriti di privilegi per la difesa della Terrasanta, ma ormai sembravano come incapaci di tenere fede al loro impegno. Quando nel 1291 cadde anche la città di Acri, ultimo baluardo della presenza cristiana in Siria-Palestina, anche il papato cominciò a credere che fosse necessario procedere ad una sostanziale riforma degli ordini militari. Proprio a questo progetto stava lavorando papa Clemente V nell’anno 1306, quando aveva inviato una consultazione ai due capi dei Templari e degli Ospitalieri chiedendo il loro parere circa una possibile fusione dei due maggiori ordini militari in un ente unico. In un certo senso, fu l'inizio della fine.

Articolo gentilmente concesso dalla dott.ssa Barbara Frale

IL PROCESSO AI TEMPLARI - 1

Questo è il discorso che lessi nell'Aula del Sinodo Vecchio (Vaticano) durante la presentazione di Processus contra Templarios: dopo ben settecento anni, il Vaticano pubblicava per la prima volta i documenti originali del famoso processo avvenuto fra 1307 e 1314, che io avevo già studiato in forma privata. Lessi il testo qui di seguito in presenza del cardinale Segretario di Stato; in genere parlo sempre a braccio durante una conferenza, ma quel giorno l'emozione era tale che non ne sarei stata capace. Soprattutto una cosa m'impressionava: rinchiuso in prigionia, durante gli anni del processo l'ultimo Gran Maestro Jacques de Molay aveva chiesto molte volte di parlare con il papa, cosa che gli agenti del re di Francia non permisero mai. Ecco, in quel giorno di settecento anni dopo, in qualche modo, le sue ragioni risuonarono sotto le volte antiche del Vaticano, giungendo fino al santo Padre, benché in forma indiretta. Ma basta con le mie chiacchiere personali, ecco la sostanza dei fatti. Il discorso è rimasto finora inedito, e sono felice di condividerlo con voi, a piccole dosi, come bisogna fare sul web.

1

Il 18 marzo 1314 l’ultimo Gran Maestro dell’ordine del Tempio Jacques de Molay moriva sul rogo a Parigi, in un’isoletta della Senna. Moriva dopo essere stato letteralmente rapito per un ordine del re di Francia Filippo IV il Bello: infatti era stato sottratto dalle mani degli ecclesiastici che lo attendevano all’indomani per sottoporlo ad un altro interrogatorio. Pur essendo stato assolto dall’autorità del papa e ricevendo regolarmente i sacramenti, moriva con una condanna per eresia. In tal modo il re liquidava alla spicciola un lungo, complicatissimo caso che aveva coinvolto e scandalizzato tutta la società cristiana. Era l’ultimo atto di un processo durato ben sette anni che si chiudeva proprio come si era aperto: cioè sotto il segno della violenza e dell’illegalità.

Il 13 ottobre 1307 papa Clemente V si trovava nelle campagne presso Poitiers, dove la Curia Romana risiedeva a quel tempo. Stava completando una terapia depurante a base di lassativi ed acque termali secondo quanto gli avevano prescritto i suoi medici; il papa, che era vicino agli ottant’anni, soffriva da tempo di una malattia molto grave che oggi è difficile individuare: sappiamo però che gli provocava violenti accessi di febbre e persino emorragie. La cura si sarebbe conclusa per la fine di ottobre; allora il papa avrebbe cominciato un lavoro programmato da tempo, ovvero un’inchiesta pontificia sullo stato dell’ordine templare. Non poté mai svolgerla: l’arresto improvviso e indebito dei Templari da parte del re di Francia gli aveva sottratto ogni controllo sulla questione. Ma facciamo un passo indietro, per vedere chi erano, i Templari.

Articolo concesso dalla dott.ssa Barbara Frale

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