I CAVALIERI DEL TEMPIO

Nati nel 1099 dopo l'assedio di Gerusalemme per difendere la Terra Santa, ancora oggi sono oggetti di studio e passione!

LE CROCIATE

L'affascinante storia delle Crociate in Terra Santa

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giovedì 2 ottobre 2014

SI INCONTRARONO DAVVERO?


Clemente V e Jacques de Molay si sarebbero incontrati nel mese di agosto e dei colloqui abbiamo due versioni totalmente contrastanti: la prima è quella dei cardinali, riportata nella pergamena di Chinon e ripresa nella bolla Faciens Misericordiam; l’altra è quella di Jacques de Molay, che risulta dai verbali del processo pontificio, quando fu veramente interrogato il 26 novembre 1309. Riteniamo che il colloquio con il maestro generale, datato 20 agosto 1308, se avvenne realmente, non si sia svolto come un normale interrogatorio processuale. In quel momento l’inchiesta pontificia è appena avviata e siamo ancora in una fase interlocutoria, nella quale Clemente tenta di ricondurre la vicenda su un binario giuridico e politico che, secondo il suo modo di vedere le cose, avrebbe permesso d’indicare una via d’uscita, salvaguardando gli interessi e i vantaggi personali di ognuno. Il pontefice spera che il carcere abbia ammorbidito il maestro e lo abbia reso piú malleabile rispetto all’atteggiamento intransigente, dimostrato in precedenza. I cardinali, consci dei desideri del papa, si suppone che abbiano prospettato la possibilità di un compromesso, utile a superare la difficile situazione. La strada da seguire è chiaramente indicata negli atti successivi di Clemente, dove gli imputati se confessano le loro colpe e chiedono perdono, sono assolti. 
Forse tale strategia è stata solo accennata, ma immaginando le immediate reazioni di Molay e crediamo anche di Charney, confermate in seguito dal loro comportamento, fu subito abbandonata dai cardinali e come in ogni difficile mediazione, quando si raggiunge una situazione di stallo, gli abili negoziatori del papa avranno ammorbidito le posizioni, prendendo tempo e aggiornando il tutto a un nuovo incontro, che come è dimostrato dai documenti non avvenne mai.

Articolo di Fabio Giovanni Giannini. Medioevo n.2 Giugno 2011. Per gentile concessione

I CAVALIERI IN CEPPI E CATENE 1307-1308


Le accuse contro i Templari si fanno sempre più violente e a nulla valsero le confessioni, estorte sotto tortura. Una prassi richiesta dallo stesso papa Clemente V. Dopo gli arresti e i primi interrogatori, il 19 ottobre 1307 il grande inquisitore di Francia, Guillaume Imbert, si trasferí nella sede parigina del Tempio, per dirigere e coordinare l’inchiesta: interrogò personalmente 140 Templari e, come previsto dalla procedura, i Domenicani elencarono i capi d’imputazione agli inquisiti: la gravità e la quantità dei reati ascritti impressionarono tutti gli imputati. Dopo dieci giorni di carcere duro, il 24 ottobre anche Jacques de Molay fu interrogato da Imbert, che pretese l’ammissione delle colpe. Il maestro, secondo il verbale, avrebbe raccontato che era entrato nell’Ordine 42 anni prima, accolto dal maestro d’Inghilterra, Hubert de Pérraud (zio del gran visitatore di Francia), a Beaune, nella diocesi di Autun: alla cerimonia era presente anche il maestro di Francia Amaury de la Roche. Il verbale prosegue descrivendo la modalità d’ingresso nell’Ordine: «Dopo aver promesso di rispettare le osservanze e gli statuti del detto Ordine, gli posero un mantello legato al collo. E lui che lo accoglie fece portare una croce di bronzo nella quale c’era la figura del crocefisso, e gli dice e gli ordina di rinnegare Cristo la cui immagine era lí. Cosa che lui fece, sebbene contrario e poi gli fu ordinato di sputare sopra l’immagine, e lui sputò a terra. Interrogato quante volte, rispose sempre sotto giuramento che non sputò se non una volta, e su questo argomento ben si ricorda». Infine respinse ogni altra imputazione, compresa l’accusa di sodomia e confermò quanto l’inquisitore pretendeva. Qualche giorno piú tardi, il 25 ottobre, Guglielmo di Nogaret convocò una grande assemblea presso la casa del Tempio di Parigi, composta dai dottori della Sorbona, dai baccellieri e dai notabili, selezionati per la loro provata fedeltà alla corona. Secondo la tesi piú accreditata, sarebbero stati obbligati a intervenire sia il maestro Jacques de Molay che alcuni fratelli. I collaboratori di Imbert lessero pubblicamente le confessioni dei Templari, e lo stesso de Molay, rilasciò ulteriori ammissioni di colpa (o almeno cosí è riportato da alcuni storici sulla base di una successiva bolla di Clemente V). Il giorno dopo si svolse un’altra riunione pubblica alla Sorbona, con la presenza anche degli studenti, che avrebbe riproposto quanto era avvenuto il giorno prima. Di quelle assemblee esiste la testimonianza diretta di uno dei dottori presenti alla Sorbona, certo Matteo (o Romeo) di Brugaria, che scrisse a Giacomo II d’Aragona: nella missiva, si limita a precisare che il maestro aveva ammesso solo due colpe, quelle relative al rinnegamento di Cristo e lo sputo sulla croce, mentre per tutte le ulteriori accuse aveva detto d’interrogare gli altri fratelli. In sostanza, la lettera riporta le confessioni contenute nel verbale redatto dal grande inquisitore di Francia e non offre alcuna certezza sulla presenza fisica del maestro, né sul suo comportamento in pubblico, cosa che Matteo avrebbe certamente descritto se de Molay fosse stato presente e sull’eventuale reazione della folla alla vista del maestro e degli altri dignitari in catene. Il 26 ottobre 1307 fu un giorno d’intensa attività e di molte iniziative: Filippo scrisse a Giacomo per informarlo che le confessioni, ormai di dominio pubblico, erano state ammesse dal maestro e da altri frati appartenenti all’Ordine; sperava che anche il grande d’Aragona si muovesse e arrestasse i Templari. I Francescani e i Domenicani dilagarono per le vie di Parigi informando il popolo su quanto stava accadendo e sulle colpe dei cavalieri dell’Ordine. Clemente, consapevole che ormai la vicenda gli era sfuggita di mano, intervenne indirizzando a Filippo due lettere: una in forma privata e l’altra in veste ufficiale. Nella prima dichiara: «Senza aver ricevuto alcuna disposizione, mentre eravamo assenti, hai osato far violenza contro i beni e le persone dei Templari fino al punto di arrivare ad arrestarli. Per giunta e per crudeltà, non solo non sono stati ancora rilasciati, ma hai aggravato il tuo operato infliggendo ulteriori sofferenze a loro già provati per essere stati sottoposti alla detenzione: ma sulla qualità di queste sofferenze giudichiamo necessario tacere a causa della vergogna che ne prova la Chiesa e che tu a maggior ragione dovresti provare». La seconda, frutto delle decisioni del concistoro, dove scoprí di non avere piú una vera maggioranza, porta la data del 27 ottobre. Nella missiva il papa ribadisce il ruolo assoluto della Chiesa a difesa della dottrina della fede e, infine, accusa direttamente il re per il sopruso fatto: «Voi avete infierito sulle persone di un gruppo soggetto alla Chiesa di Roma (...) In questa vostra azione cosí inaspettata tutti vedono, non senza ragione, un oltraggioso dispetto nei Nostri confronti e nei confronti della Chiesa di Roma» (Malcolm Barber, Processo ai Templari, Genova 1998). La protesta non modificava la situazione, ma serví a Clemente per riaffermare il suo ruolo di pontefice e con esso la conseguente sovranità sull’Ordine. Il colpo di mano di Filippo pose il papa in una situazione insostenibile e lo indusse a valutare anche la strada dello scontro diretto, ma la via della mediazione gli sembrò piú saggia e piú utile e cosí Clemente inviò a Parigi due suoi legati, con la bolla Ad Praeclaras, che sollecitava il re a consegnare i Templari all’autorità ecclesiastica. Filippo non consegnò i Templari, né concesse udienza alla delegazione del papa, che fu invece ricevuta da alcuni suoi collaboratori. Secondo alcune fonti Clemente li rispedí a Parigi con una lettera autografa che imponeva il colloquio, altrimenti il re sarebbe incorso in una scomunica. Nel frattempo, Imbert, ignorando le proteste del pontefice, continuava a raccogliere o meglio estorcere le testimonianze dei frati utili alla sua inchiesta e, il 9 novembre, interrogò anche Hugues de Pérraud. L’imputato rilasciò un’ampia confessione, secondo le modalità volute dall’inquisitore e ammise l’identica procedura d’ingresso, confermando di averla praticata anche in seguito, nell’accogliere i postulanti e aggiunse che «li conduceva in un luogo appartato e ordinava loro di baciargli la parte piú bassa della schiena, l’ombelico e la bocca, quindi faceva portare una croce e diceva loro che, secondo gli statuti del detto Ordine, era necessario rinnegare Cristo e la Croce tre volte nonché sputare sulla croce e sull’immagine di Cristo crocefisso, dichiarando che sebbene ordinasse ciò, la richiesta non proveniva dal cuore» (Edgard Boutaric, Clemente V, Philippe le Bel et Les Templiers, Parigi 1872). Ammise anche di aver visto una testa adorata in certe particolari riunioni, «di averla tenuta in mano e accarezzata a Montpellier durante un certo capitolo nel quale l’aveva adorata insieme con altri fratelli. Affermò tuttavia di averla adorata con la bocca allo scopo di fingere e non con il cuore, ma di non sapere se gli altri fratelli l’avessero adorata con il cuore. (...) Disse che la testa aveva quattro piedi, due avanti e due dietro» (Jules Michelet, Le procès des Templiers, Parigi 1841-1851). Un’ammissione utile a sostenere le accuse di idolatria piú volte mosse nei confronti dei Templari (vedi anche, nel capitolo successivo, il box alle pp. 136-137). Mentre Imbert completava il suo lavoro, il 17 novembre Clemente inviò a Parigi il proprio cappellano, Arnaud de Faugères, per incontrare Filippo e conoscere i dettagli su come si erano svolti gli arresti e quanto era emerso dai primi interrogatori. Il pontefice, ancora una volta in ritardo, non fu convinto dalle risposte riferite e, finalmente, emanò la bolla Pastoralis praeminentiae, che sospendeva l’inchiesta del monarca e avocava l’indagine alla Santa Sede. La decisione del papa tolse qualsiasi ruolo all’inquisitore di Francia, che rischiava la scomunica se avesse ignorato le sue disposizioni. Imbert concluse rapidamente l’indagine e il 24 novembre consegnò tutti i verbali alla curia pontificia. Il re temeva i tempi lunghi e aveva urgenza di celebrare e chiudere il difficile processo. Invece Clemente intendeva usare la politica del rinvio, come un ricatto per allontanare l’altra pericolosa minaccia, quella di un processo contro Bonifacio VIII, velatamente richiesto dallo stesso Filippo e ufficialmente da Nogaret e dalla famiglia Colonna. Durante la sospensione dell’indagine, il re avviò una campagna diffamatoria contro Clemente, e furono avanzate velate insinuazioni di presunte collusioni con gli eretici templari: il papa era forse posseduto dal demonio? E, per dimostrare che era disposto ad andare fino in fondo, il 25 marzo 1308, Filippo spedí la convocazione degli Stati Generali, programmata a Tours per il 5 maggio successivo: nel testo, erano elencati tutti gli errori e le colpe commesse dall’Ordine del Tempio. A Filippo, sempre il 25 marzo, erano giunte le risposte ai quesiti sulla legittimità delle sue azioni sottoposti ai dottori della Sorbona. Pronunciamenti che giustificavano solo parzialmente l’operato della corona, mentre affidavano la questione dei Templari all’autorità della Chiesa. E, per quanto riguardava i beni dell’Ordine, i dottori affermarono che appartenevano alla Chiesa e le risorse economiche dovevano essere impiegate per lo scopo che erano state accumulate, quello della crociata. Sebbene il documento confermasse la validità dell’operato del re e ammettesse l’eresia dei Templari, Filippo decise di non divulgarne il testo, poiché imponeva di consegnare i frati alla Santa Sede. Le convocazioni per la riunione degli Stati Generali erano state preparate in molte copie e furono inviate ai balivi che avevano il compito di moltiplicarle per tutte le zone di loro competenza. Ogni villaggio e ogni borgo del regno fu informato dell’incontro e incaricato d’inviare i propri rappresentanti nelle città piú vicine per le assemblee di zona. In quelle sedi periferiche si sarebbe discussa la questione dei Templari, dando lettura delle loro confessioni. Una mobilitazione senza precedenti, che aveva il duplice scopo di diffondere e documentare le prove contro l’Ordine e di giustificare l’operato del monarca. L’assemblea tenne la sua prima seduta, a Tours, il 5 maggio, e i lavori si protrassero per circa dieci giorni. Il documento conclusivo del dibattimento appoggiava le scelte compiute dal re e chiedeva di agire contro il Tempio, senza indugio. Forte del mandato popolare, Filippo si preparò all’incontro con il papa e, il 26 maggio, raggiunse Poitiers. Il pontefice convocò il concistoro pubblico per il 29 maggio, nel palazzo reale di Poitiers: erano presenti tutti i cardinali, i consiglieri del re e le maggiori cariche ecclesiastiche e laiche del regno. I collaboratori di Filippo seguivano un piano preordinato per attaccare le posizioni assunte da Clemente e il ministro Plaisians fu il primo ad aprire lo scontro, affermando pubblicamente che il clero e il popolo erano schierati con il monarca, mentre la figura del pontefice era sempre piú isolata. Quest’ultimo non si scompose mai, e quando, alla fine, prese la parola si dichiarò pienamente d’accordo nell’odiare il male, a cui si doveva contrapporre il bene, regola fondamentale per tutti gli ecclesiastici e soprattutto per il papa, ma la lotta al male poteva compiersi soltanto rispettando la giustizia. Clemente parlava in latino, intercalando ciò che riteneva importante in francese, perché tutti comprendessero. Ripercorse parte della sua vita ricordando che prima dell’investitura a pontefice non aveva avuto modo di conoscere direttamente i Templari, anche perché nella zona in cui viveva si erano registrati rari casi d’adesione a quella milizia. In seguito ebbe modo di conoscerli meglio e molti di loro gli sembrarono uomini pii, ma questa personale impressione aveva poca importanza se si fossero macchiati d’infamia, in quanto li avrebbe odiati come era suo dovere e li avrebbe processati. Quindi preferiva non agire in modo impulsivo, considerando che l’onestà e la ponderatezza erano i piú saggi consiglieri per un pontefice. Inoltre precisò che se anche aveva parlato dei Templari con il re, al momento della sua investitura a Lione, non ritenne le accuse fondate e per quanto riguardava i colloqui successivi di Poitiers non si ricordava molto. Comunque credeva alla buona fede di Filippo e dei suoi collaboratori, che avevano agito non per avidità, ma per la difesa del cristianesimo e pertanto i beni del Tempio «avrebbero dovuto essere messi a disposizione della Chiesa e usati per la Terra Santa». Concluse garantendo di svolgere rapidamente l’inchiesta e promise l’indulgenza a tutti i fedeli che s’impegnavano a recitare ogni giorno cinque Padre Nostro e sette Ave Maria, per implorare l’Altissimo affinché lo sostenesse nella sua missione, a gloria di Dio. Clemente aveva promesso di attivarsi per la verifica, ma in sostanza era libero d’agire come meglio credeva. Il re era rimasto insoddisfatto e non voleva chiudere la questione in quel modo, senza garanzie di una soluzione a lui favorevole. Il 14 giugno, durante un’altra sessione generale, Plaisians fu costretto a riprendere la parola e rinnovò le richieste fatte dal re: la prima riguardava l’avvio immediato di tutti i processi in Francia e fuori del regno, per giudicare i Templari; la seconda sosteneva la revoca immediata della sospensione dell’inchiesta regia in corso; la terza, poiché le colpe erano state ampiamente dimostrate, imponeva di procedere senza indugio all’espulsione dell’Ordine dalla Chiesa, rappresentando una pericolosa minaccia per la cristianità. Clemente cercò di riprendere in pugno la situazione, interrompendo piú volte Plaisians e provocando un violento battibecco. Quando finalmente il papa riuscí a parlare per trarre le conclusioni del concistoro, ribadí con forza le proprie posizioni e il re, non potendo piú replicare, si riservò di comunicare le proprie decisioni dopo aver consultato i suoi consiglieri. Anche se le divergenze sembravano destinate a perdurare, la Chiesa e la Corona erano obbligati a mantenere una sotterranea alleanza per conservare il proprio potere. E cosí il papa, per dimostrare la sua disponibilità alla collaborazione, il 18 giugno inviò una lettera ai prelati e ai principi elettori tedeschi per proporre la candidatura di Carlo di Valois, fratello di Filippo, alla guida dell’impero, il cui trono era rimasto vacante dopo l’assassinio di Alberto d’Asburgo d’Austria: un gesto che contribuí a rasserenare i rapporti con il re di Francia, il quale accettò l’inchiesta del papa sul Tempio. Cadeva cosí la pretesa dell’immediata soppressione dell’Ordine, la cui fine gli avrebbe permesso d’incamerarne i beni. Il re sopperí a questa perdita, promettendo che avrebbe amministrato il loro patrimonio in modo oculato. In sostanza non cambiava molto, visto che fin dagli arresti dei Templari disponeva delle risorse dei frati come meglio credeva e grazie a questi introiti a Parigi erano ripresi i lavori della cattedrale di Notre Dame. Clemente volle poi dare un’ulteriore prova di fiducia e di distensione verso il re: il 5 luglio, riabilitò Guillaume Imbert e lo riconfermò nel ruolo di grande inquisitore di Francia. Subito dopo emanò la bolla Subit assidue, nella quale ribadí che non era mai stato informato degli arresti dei Templari. Poi, per dare ordine ai lavori e al ruolo primario della Santa Sede, dal 9 al 12 luglio, nominò i curatori pontifici per l’amministrazione dei beni templari e, il 13, stabilí la composizione delle commissioni episcopali per tutte le piú importanti diocesi di Francia. Ogni commissione era presieduta dal vescovo locale, coadiuvato da due canonici della cattedrale, da due Domenicani e da due Francescani: in sette avrebbero provveduto a istruire l’inchiesta per l’accertamento della colpa dei singoli Templari. Infine, Clemente annunciò l’imminente trasferimento della curia pontificia da Poitiers ad Avignone. Filippo, ottenute le importanti concessioni, il 20 luglio rientrò a Parigi, lasciando presso il papa, come ospiti permanenti, i suoi fedeli collaboratori: l’arcivescovo di Narbona, Nogaret e Plaisians. Oltre a controllare le mosse del papa, i tre avevano ricevuto l’ordine di ostacolare l’inchiesta della Santa Sede, rinnovando anche la richiesta del processo contro Bonifacio VIII. Clemente, per ribadire la sua assoluta autorità in materia ecclesiastica, pretese d’interrogare personalmente i Templari e Nogaret si dichiarò disponibile al trasferimento dei prigionieri. Una scorta di arcieri e balestrieri, prese in consegna il gruppo dei Templari scelti per l’incontro, che furono condotti a Chinon, dove vennero gettati nelle prigioni.  Il 12 agosto, in base alla data ufficiale della bolla, dopo aver interrogato 72 Templari – ma non il gran maestro (vedi box alle pp. 128-129), né gli alti dignitari dell’Ordine –, che a gruppi erano stati scortati alle udienze di Poitiers, Clemente prese la grave decisione di procedere contro l’Ordine, non solo nel regno di Francia, ma anche negli altri Stati ed emanò la Faciens Misericordiam, che imponeva a tutti i regnanti d’arrestare i Templari per sottoporli a tortura e interrogatorio, al fine di accertarne le colpe. Clemente non accettò mai l’idea che una congiura ordita a danno del Tempio avesse potuto costruire una simile campagna diffamatoria, perché la riteneva troppo rischiosa e troppo ampia per non avere qualche fondo di verità. Né si pose mai il problema del perché tutti, alla fine, confessassero le colpe di cui erano accusati. Era anche a conoscenza delle torture e sapeva che i prigionieri dopo i suoi incontri, tornavano nelle mani di Nogaret. Questa prassi, anomala per un’inchiesta della curia pontificia, avrebbe dovuto almeno insospettirlo, ma non lo fece. Anche le confessioni del maestro e degli altri dignitari sembrano inverosimili, come l’inginocchiarsi per chiedere perdono delle loro colpe blasfeme. Se Clemente ha davvero creduto a tali confessioni, ha dimostrato tutta la sua ingenuità (che però non palesò in altre delicate questioni giuridiche); se invece si è reso complice del complotto, allora risulta coerente con la scelta di campo che ha compiuto e cioè quella di evitare a ogni costo il processo contro Bonifacio VIII, che avrebbe provocato lo scontro diretto con il re e una probabile scissione della Chiesa gallicana. Sempre in data 12 agosto, Clemente emanò un’altra bolla, la Regnans in Coelis, per indire un apposito concilio, convocato per il 1° ottobre 1310 a Vienne, che avrebbe affrontato la questione templare e si sarebbe dovuto pronunciare anche sull’ipotesi di una nuova crociata. Infine, con la bolla Ad omnium fere notitiam, precisò che i beni dei Templari erano di proprietà della Chiesa. Nello stesso agosto del 1308 giunse in Occidente una notizia che dirottò l’attenzione da quanto accadeva a Chinon e forse contribuí alla svolta definitiva per il destino del Tempio. Nel precedente mese di luglio, una galea, salpata da Costantinopoli per portare rifornimenti alla guarnigione greca di Rodi, fu sospinta da una tempesta verso Famagosta. Un cavaliere cipriota riuscí a impossessarsene e la consegnò alle forze genovesi che operavano con gli Ospitalieri. I loro emissari convinsero il comandante della galea a negoziare la resa della guarnigione: posto un blocco navale intorno all’isola e aperte le trattative, il 15 agosto 1308 Rodi si consegnò nelle mani degli Ospitalieri. La conquista dell’importante caposaldo fu salutata come una grande vittoria crociata. In quel momento i Templari erano in prigione, accusati d’eresia, e la diffamazione nei loro confronti, diffusa dal Nogaret e dai Domenicani, aveva raggiunto tutte le province del regno, compresi alcuni Stati esteri. Gli uomini di Filippo non avevano piú bisogno di calcare ancora la mano contro il Tempio, era sufficiente esaltare l’eroismo e la grandezza degli Ospitalieri: il confronto tra i due Ordini era sotto gli occhi di tutti e pendeva a favore dei secondi.

Articolo di Fabio Giovanni Giannini. Medioevo n.2 Giugno 2011. Per gentile concessione

venerdì 14 settembre 2012

GERARD DE RIDEFORT, VILE DEMONIO O CAVALIERE DAL CUORE IMMENSO?


Pochi protagonisti della storia hanno subito unanimemente una “damnatio memoriae” come Gerard de Ridefort, Gran Maestro dell’Ordine del Tempio di Gerusalemme dal 1184 al 1189: accusato di aver portato alla distruzione il Regno in Terrasanta, descritto come avido, arrivista e spregiudicato, tacciato addirittura di viltà e codardia oltre che di aver tramato con i mussulmani contro i suoi stessi fratelli, in nessun testo di storia delle crociate il suo profilo è stato descritto in maniera favorevole, nessun libro di storia ne ricorda le imprese con benevola memoria. Eppure, nonostante tutti questi commenti negativi, a volte addirittura infamanti, qualcosa dentro me non riusciva ad uniformarsi all’unanime giudizio degli storici, qualcosa mi indicava una diversa possibilità di lettura degli eventi.
La Storia è fatta di accadimenti, nomi, date e luoghi, ma in mezzo a tutto questo ci sono gli uomini con le loro motivazioni e con i loro sentimenti, esaminando i fatti accaduti con gli occhiali dell’illuminismo, o comunque della mentalità moderna, dove tutto è regolato dal calcolo e dall’ambizione, probabilmente l’idea che ne ricaveremmo è quella correntemente e quasi unanimemente espressa dagli storici professionisti, ma proviamo a leggere gli stessi eventi con gli occhi del cuore, vediamoli motivati non dal materialismo ma dalla forza dell’Amore, anzi dalla più distruttiva e terrificante delle forze in grado di motivare un uomo, quella che gli fa distruggere se stesso, tutto ciò che più ama e tutto ciò per cui ha vissuto fino a quel momento, parliamo della radice di tutti i mali, della madre di tutte le lacrime: L’Amore Negato. Forse così facendo vedremmo vacillare le nostre certezze e qualche ipotesi diversa comincerebbe a farsi strada, prima nel nostro cuore e poi nella nostra testa, ma se davvero così fosse, forse poi bisognerebbe riscrivere tutti il libri di storia o almeno quelli di Storia delle Crociate…Alla fine degli anni ’70 del XII secolo, probabilmente proveniente dalla Fiandre, arriva in Terrasanta, più precisamente a Botrun, nella Contea di Tripoli, un cavaliere fiammingo (anglo-normanno secondo alcune fonti) in cerca di quella gloria e fortuna, che in patria gli era preclusa in quanto ultimo in ordine di discendenza nel proprio casato. Sicuramente Gerard de Ridefort oggi verrebbe definito una “testa calda”, uno che prima agisce e poi pensa alle conseguenze delle proprie azioni, un misto di temerarietà ed impulsività, ma si poteva immaginare di partire per la Terrasanta, destinazione di cui si ignorava pressoché tutto per andare a combattere i Turchi, i più feroci nemici che la Cristianità avesse mai incontrato, se si fosse stati delle persone equilibrate e timorose?
Faremmo fatica a trovare un cavaliere crociato che oggi non verrebbe definito “un pazzo scatenato”.
Gerard de Ridefort si mette immediatamente in mostra per determinazione ed intraprendenza finché si ritrova a porre la propria spada al servizio del Conte Raimondo III di Tripoli, discendente del Conte Raimondo I di Saint Gilles, eroe provenzale della I Crociata, reggente della Contea di Tripoli, territori oggi corrispondenti all’attuale Libano ed alla parte nord orientale di Israele.

La radice di tutti i Mali: l’Amore Negato

Qui inizia la lacerazione, da qui parte lo strappo con l’altro protagonista della Storia, colui che fino ad un attimo prima era il benevolo signore a cui venivano fedelmente dedicati i propri servigi, anche a rischio della vita, ed un attimo dopo diventa il più odiato dei nemici, colui che orienterà verso il male tutto il resto della vicenda.

I° atto della Tragedia: La Promessa Tradita

Gerard incontra Lucia, bellissima fanciulla siriana, di nobile e ricca discendenza, se ne innamora perdutamente e ne chiede la mano al Conte Raimondo, tutore della ragazza in quanto orfana di entrambi i genitori. Il Conte Raimondo, titolato al ruolo di tutore in veste di reggente della Contea, acconsente, ma poco dopo gli si presenta innanzi un ricco mercante pisano, che, a sua volta infatuatosi della bella fanciulla, mette sulla bilancia del Conte l’equivalente del peso della ragazza in oro, 63 kg di lingotti d’oro, uno sull’altro! Il Conte supera brillantemente l’imbarazzo per aver già promesso la ragazza e senza pensarci su più di tanto, la sfila dai sogni del cavaliere e la consegna in pompa magna al ricco commerciante italiano. Due sgarbi non andavano mai fatti ad un cavaliere medievale: venire meno alla parola d’onore data e toccare la donna della sua vita, il Conte Raimondo in un sol colpo li aveva fatti entrambi! Gerard de Ridefort con il cuore spezzato compie due giuramenti: ritenendo che per il mercante pisano non valesse neanche la pena sporcare di sangue la sua spada, giura odio eterno al Conte Raimondo promettendogli che gliela avrebbe fatta pagare, ed addirittura ammalandosi per il dolore, giura che non potendo avere la “sua” Lucia non avrebbe voluto più nessun’altra donna, fa quindi voto di castità e si unisce ai Templari. Da quel momento in poi Gerard de Ridefort perderà totalmente interesse per la propria vita e unendo la propria feroce avversione per i Turchi al suo valore militare, inseguirà una gloriosa morte da martire della fede, gettandosi in azioni la cui temerarietà sconfina nell’incoscienza. Ma se è vero che più fuggi dalla Falce della Morte più essa ti scova ovunque, così più la cerchi più Lei ti beffa ignorandoti, e così un’impresa dopo l’altra un’azione folle dopo l’altra, Gerard de Ridefort scala tutte le gerarchie dell’Ordine dei Templari ed in un lasso di tempo incredibilmente breve diventa Gran Maestro dell’Ordine del Tempio di Gerusalemme, in pratica la più alta carica della Cristianità dopo il Papa, superiore addirittura ai Re di Francia ed al Re d’Inghilterra.
Riflessioni sul I° atto della Tragedia; è incredibile che nel commentare gli eventi di quello che qui chiamiamo il I° atto della tragedia, tutti gli storici concordino nel tracciare una linea di giudizio che resterà poi invariata per tutto il prosieguo della triste vicenda, affibbiando al Ridefort il ruolo di “cattivo” mosso solo dall’ambizione di mettere le mani sulla ricca dote della ragazza e tralascino il gravissimo gesto del Conte, ritenuto sempre “saggio e buono”, che invece obbiettivamente venne meno alla parola data, lui sì che lo fece per interesse, e che interesse: 63 kg d’oro! Non va tralasciato che il Conte Raimondo era pesantemente indebitato con l’Ordine dei Cavalieri dell’Ospedale di San Giovanni, i cosiddetti “Ospedalieri”, che pagarono l’ingentissimo riscatto per la sua libertà quando fu preso prigioniero da Nur ed Din e rinchiuso con Rinaldo di Chatillon in quel vero e proprio inferno che erano i sotterranei delle prigioni di Aleppo, riscatto che per Rinaldo non fu pagato, e che gli costò diciassette anni di terribile prigionia, questo passaggio oltre che alimentare i dubbi sull’ambiguità del Conte (perché non si adoperò anche per Rinaldo ma solo per sé?) forse ci chiarisce, oltre al bisogno di denaro per saldare il suo debito con gli Ospedalieri, anche perché Gerard de Ridefort e Rinaldo di Chatillon finirono per fare fronte comune contro i loro avversari tra loro alleati, l’odio di Gerard verso il Conte Raimondo infatti, era pari al risentimento di Rinaldo verso gli Ospedalieri, oltre che verso lo stesso Conte.
Ancora: unirsi ai Templari voleva dire fare voto di Obbedienza, Povertà e Castità, se il Ridefort fosse stato un venale ed un corrotto, avrebbe mai potuto prendere questi voti? Se fosse stato un vile ed un soggetto interessato solo ai valori materiali, avrebbe mai potuto scalare in così breve tempo tutti i gradi dell’Ordine dei Templari, ed arrivare al ruolo di Gran Maestro, ovvero di Migliore tra i Migliori sia nelle Armi che nella Fede?
Se Gerard de Ridefort fosse stato un ambiguo personaggio avrebbe potuto conseguire i suoi bassi scopi terreni, quelli che gli sono stati attribuiti dagli storici, unendosi a qualcuno dei tanti Baroni laici che operavano e prosperavano in Terrasanta, come appunto era il conte Raimondo e non certo entrando nei Templari, veri e propri esempi di Virtù in Terra.


II° atto della Tragedia: Ambiguo Accordo, Permesso Scellerato

Primo maggio 1187, il conte Raimondo III da Tripoli consente, a seguito di uno scellerato accordo con Salah ed Din, accordo di cui troppi aspetti restano ancora misteriosi, il passaggio di un grosso contingente turco (7-8000 uomini circa) nei suoi territori. Questa incursione in futuro si rivelerà letale per il Regno di Gerusalemme. Con quella perlustrazione i Turchi poterono tracciare una precisa mappa dei pozzi e delle sorgenti della zona, che poi, poco prima della tragica battaglia di Hattin, avrebbero interrato ed avvelenato, privando uomini e cavalli dell’esercito crociato dell’indispensabile rifornimento di acqua in quel torrido e tragico 4 luglio del 1187. A guidare il contingente turco c’erano Taqui ed Din ed Al Afdal, valorosissimi generali rispettivamente nipote e figlio del Sultano Salah ed Din. Quando il Ridefort venne a sapere della presenza dell’esercito turco in territorio cristiano, immediatamente raccolse gli 80 Templari della vicina guarnigione di Le Fève, 10 cavalieri Ospedalieri, tra cui il loro Gran Maestro Roger de Moulin più altri 40 cavalieri laici e si precipitò alle sorgenti di Cresson, dove l’esercito turco stava dissetandosi ed abbeverando i cavalli.
A questo punto tutti gli storici all’unisono riportano il celeberrimo dialogo tra i due Gran Maestri degli Ordini religioso-militari:
Roger de Moulin: “E’ una follia attaccare in tale inferiorità numerica!”
Gerard de Ridefort: “Maestro, vedo che tenete più alla vostra bella testa bionda che al vostro onore…”
Roger de Moulin: “Io morirò combattendo come si addice ad un cavaliere, Voi fuggirete come un vile!”
La carica che seguì fu di una tale violenza, che, come riporta un famoso cronachista arabo, fece letteralmente venire i capelli bianchi ai turchi, i quali, però appena resisi conto della esigua consistenza del contingente crociato si riorganizzarono velocemente e, forti dei loro oltre 7000 uomini, finirono per avere inevitabilmente la meglio sui 140 cavalieri crociati. Nonostante il valore con cui si batterono i cristiani, ed in particolare i Templari, la strage fu totale, si salvarono due o forse tre cavalieri crociati tra cui il Ridefort, la testa del Gran Maestro Roger de Moulin fu esposta in bella mostra su una picca mussulmana.
Riflessioni sul II° atto della Tragedia; anche qui tutti gli storici unanimemente ed in maniera incredibilmente omologata, sottolineano due aspetti di questo II° atto della Tragedia, la dissennata carica ordinata dal Gran Maestro del Tempio e la “strana” coincidenza che volle che proprio Lui, quasi unico, alla fine salvò la pelle. Forse gli esperti storici professionisti dimenticano nell’occasione che i Templari non chiedevano mai quanti erano i nemici, ma unicamente dove essi fossero, e Gerard de Ridefort così fece, inoltre se fosse stato un vile pronto a svignarsela quando le cose si mettevano male, con quale certezza di farla franca si sarebbe gettato in una mischia talmente disperata? Come poteva essere sicuro che una freccia vagante non lo colpisse o che il suo cavallo non inciampasse in un corpo giacente a terra o su di un sasso? Semplicemente Gerard de Ridefort si comportò come tanti, forse tutti i suoi fratelli del Tempio avrebbero fatto, battendosi con Forza e Fede senza curarsi di niente altro! Piuttosto alcuni interrogativi sorgono spontanei, interrogativi stranamente sfuggiti agli storici: perché il Conte Raimondo accordò lo scellerato permesso? Soprattutto, cosa ne ebbe in cambio? Alla luce della tragica battaglia di Hattin, avvenuta di lì a poche settimane, decisa a favore dei mussulmani proprio a causa della mancanza di acqua in cui vennero a trovarsi i Crociati, chi fu il vero responsabile di quella disfatta, l’ambiguo Conte o il temerario Gran Maestro?

III° atto della Tragedia: La Disfatta

4 luglio 1187, Corni di Hattin presso il Lago di Tiberiade, giorno infausto per la Cristianità, giorno della disfatta più disastrosa della Storia delle Crociate, giorno che portò all’annientamento della forza militare Crociata in Terrasanta spianando all’Islam la strada per la riconquista di Gerusalemme. Salah ed Din aveva raccolto intorno sé il più grande esercito che l’Islam avesse mai visto. Tutto il mondo mussulmano, dimenticando antichi rancori ed eterne rivalità, aveva risposto compatto alla sua chiamata al Jihad. Ad Acri, intanto, si teneva il consiglio di guerra Crociato, presieduto da Guido di Lusignano, inadeguato Re di Gerusalemme, erano con lui, il discendente del grande Boemondo, reggente del Principato di Antiochia, il Conte Raimondo III da Tripoli, il Gran Maestro dell’Ordine degli Ospedalieri e lui, Gerard de Ridefort, Gran Maestro dell’Ordine del Tempio di Gerusalemme. Si trovavano così ora, faccia a faccia, costretti a fare fronte comune contro l’incombente minaccia mussulmana, i due acerrimi nemici, il Conte Raimondo e Gerard de Ridefort, nel suo nuovo straordinario ruolo di Gran Maestro dei Templari. Nel frattempo Salah ed Din aveva preso il Castello di Tiberiade, proprietà del Conte Raimondo e teneva prigioniera sua moglie Eschiva ed i loro figli; incredibilmente, nell’acceso consiglio di guerra, Gerard de Ridefort sosteneva che bisognava urgentemente accorrere in loro soccorso, non potendo tollerare che fossero in mano dei Turchi, mentre il Conte Raimondo sosteneva di non preoccuparsi in quanto, come poi fu, era solo un’esca per attirali nella piana di Hattin dove si sarebbero trovati a mal partito per la mancanza di acqua.
Gerard de Ridefort si scagliò contro il suo rivale accusandolo di codardia e di trafficare sottobanco con Salah ed Din, dapprima il Re, Guido di Lusignano, decise di seguire il consiglio del Conte, attendendo che fossero i mussulmani a muovere verso Acri, ma poi l’insistenza di Gerard de Ridefort e di Rinaldo di Chatillon lo convinse a muovere verso Tiberiade, finendo così dritto dritto nella trappola preparata dal Sultano.  L’esercito crociato sfinito da due giorni di marcia senza una goccia di acqua sotto il cocente sole di Luglio della Palestina, affrontò stremato la battaglia decisiva e nonostante eroici prodigi di valore andò incontro ad una orribile sorte già segnata.
Solo il Conte Raimondo riuscì a passare con i suoi uomini tra le fila turche e trarsi in salvo a Tripoli nella sua contea, tutti gli altri finirono massacrati o fatti prigionieri, il solitamente misericordioso Salah ed Din fu spietato con i cavalieri Templari, temutissimi dal Sultano per il loro valore militare e per l’integrità della loro Fede, ordinando ai fanatici mistici presenti nel campo di farne orribile scempio. Ai 300 cavalieri dei due Ordini fu proposto di scegliere tra abiurare la fede cristiana e una crudelissima morte, non uno abiurò: questi erano I Templari! è bene tenerlo sempre a mente.
Fu graziato il Re Guido di Lusignano, in quanto come disse il Sultano “un Re non uccide un altro Re” ed incredibilmente, girandogli la Morte ancora una volta le spalle, unico tra i Templari, fu risparmiato Gerard de Ridefort, usato poi come riscatto per ottenere in cambio la fortezza di Gaza, in cui 10 anni prima gli 80 Templari della guarnigione avevano tenuto in scacco, umiliandoli, i 30.000 uomini mandati dal Sultano ad assediarla.
Riflessioni sul III° atto della Tragedia: ancora una volta registriamo i commenti unanimi degli storici nel valutare “saggio ed illuminato” il comportamento del Conte Raimondo e bollando come “irresponsabile e dissennato” il ruolo avuto dal Maestro Gerard de Ridefort nel consiglio di guerra, oltre che insinuando dubbi sulla sua mancata esecuzione con gli altri Templari ad Hattin. Ma tanta saggezza ed assennatezza da parte del Conte da dove veniva? Forse quando concesse lo scellerato passaggio, il Conte era a conoscenza del piano del Sultano di avvelenare ed interrare i pozzi, piano che invece ovviamente il Ridefort ignorava? E forse la certezza che alla propria moglie ed ai propri figli non sarebbe stato torto neanche un capello da dove veniva? Forse faceva parte del “pacchetto di scambio” per lo scellerato permesso? E come poté, unico il Conte con i suoi uomini, attraversare indenne le linee turche durante la battaglia di Hattin, riuscendo tranquillamente in quello che le tremende e violentissime cariche degli altri crociati non erano riusciti? Forse rientrava anche questo nel vergognoso scambio per il passaggio nei suoi territori?  Come si può sorvolare su questi aspetti e magari censurare il Gran Maestro del Tempio per aver voluto muovere subito battaglia ai turchi cercando di portare soccorso ad una nobildonna ed ai suoi figli tenuti in ostaggio dai mussulmani?E come si può pensare che sia dipeso da lui salvare la pelle ad Hattin? Come se il Sultano non disponesse a suo piacimento della sorte dei prigionieri e non fosse solo un utilitaristico calcolo a suggerire a Salah ed Din di risparmiare Ridefort per ottenere in cambio la fortezza di Gaza fino allora dimostratasi imprendibile?

IV° atto della Tragedia: La Fine, Finalmente

4 ottobre 1189, due anni dopo Hattin e dopo la caduta di Gerusalemme, mentre il “buono e saggio” Conte Raimondo, al sicuro tra le mura della fortezza di famiglia a Tripoli, moriva di crepacuore, forse schiacciato dai troppi rimorsi, il “vile e calcolatore” Gerard de Ridefort, insieme con l’ormai ex Re Guido di Lusignano, ricompattava quello che restava dell’esercito crociato e, lanciandosi alle porte di Acri nell’ennesimo “sconsiderato” scontro con i Turchi, questa volta trovava, e finalmente prendeva per mano, quella Morte che inutilmente inseguiva dal giorno in cui, tradendo la parola data, il Conte Raimondo gli aveva negato l’Amore della sua Lucia togliendogliela per sempre.

Conclusione

Chissà, forse è questa la vera storia di Gerard de Ridefort o forse è solo la storia di un cavaliere che mi è piaciuto immaginare così, troppo coraggioso e troppo romantico perfino per i Giganti del suo Tempo.
Le riflessioni finali le lascio a chi avrà avuto la pazienza di leggere queste pagine, le mie sono nate leggendo i testi di seguito riportati, da cui è stata tratta quest’altra incredibile Storia di quella grande epopea che fu Il Romanzo delle Crociate.

Bibliografia

S. Runciman Storia delle Crociate - J. Richard La Grande Storia delle Crociate - J.F. Michaud Storia delle Crociate - G. Hindley Saladino eroe dell’Islam - G. Ligato La Croce in Catene - F. Cardini, J. Flori, A. Demurger, B. Frale, M. Introvigne, ecc. Monaci in Armi - C. Kostic L’Assedio di Gerusalemme - G. Lerner Crociate - J. Phillips Le Prime Crociate - T.F. Madden Le Crociate, una Storia Nuova - J. Reston Storia della Terza Crociata - R. Grousset La Storia delle Crociate - G. Bordonove Le Crociate - P.P. Read La Vera Storia dei Templari - M. Barber La Storia dei Templari - M. Moiraghi L’Italiano che fondò i Templari - V. Croce I Templari - B. Frale I Templari - A. Demurger I Cavalieri di Cristo - R. Barber Cavalieri del Medioevo - G. Bordonove La vita quotidiana dei Templari nel XIII secolo - A. Demurger Crociate e Crociati nel Medioevo - R. Stark Gli Eserciti di Dio - J. Reston Mastini di Dio - J. Flori La Guerra Santa - F. Cardini In Terrasanta - F. Cardini Le Crociate in Terrasanta nel Medioevo - J.R.Smith Breve Storia delle Crociate - F. Cardini S. della Seta Il guardiano del Santo Sepolcro - F. Gabrieli Storici Arabi delle Crociate - A. Maalouf Le Crociate viste dagli Arabi - Voltaire Storia delle Crociate - F. Cardini I Templari - J. Guillou Il Saladino - F. Cardini Avventure di un povero Crociato - D. Crouch I Normanni - R. Allen Brown Storia dei Normanni - F. Cuomo Gli Ordini Cavallereschi - L. Gatto La Grande Storia del Medioevo

Articolo di Fabio Ponti pubblicato sul sito www.talentonellastoria.com. L'articolo non può essere nè parzialmente nè totalmente copiato se non con il consenso scritto dell'autore. 

I GRAN MAESTRI DELL'ORDINE DEI TEMPLARI

1.
Hugues de Payns
2.
Robert de Craon
3.
Everard des Barres
4.
Bernard de Tremelay
1149 - 1153
5.
André de Montbard
6.
Bertrand de Blanchefort
7.
Philippe de Milly
8.
Odo de St Amand
9.
Arnau de Torroja
10.
Gérard de Ridefort
11.
Robert de Sablé
12.
Gilbert Hérail
13.
Philippe de Plaissis
14.
Guillaume de Chartres
15.
Pierre de Montaigu
16.
Armand de Périgord
17.

Richard de Bures (contestato)
18.
Guillaume de Sonnac
19.
Renaud de Vichiers
20.
Thomas Bérard
21.
Guillaume de Beaujeu
22.
Thibaud Gaudin
23.
Jacques de Molay

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